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Nell’appuntamento numero 5 di LanguageGarage, io e Stefano Lazzari ci siamo posti qualche domanda sul possibile (dis)velamento del nuovo dire….
Se lo chiede Fabrizio Bellavista, con cui ho scritto questo articolo per LanguageGarage “Attrito cognitivo, interfacce, nuovo vocabolario psichico e altre storie…” su ADV strategie di comunicazione
Esiste una nuova coscienza che si porta dietro un nuovo linguaggio e i relativi codici? Ancora più difficile: siamo maturi per leggere una narrazione liberatasi dall’alfabeto e composta di tag cloud, QRcode e graphic wheeler?
Stefano dice: “la scrittura come interfaccia del reale è un selettore naturale. La mutazione è antropologica. La tecnologia ci cambia, è l’elemento selettivo della nuova natura culturale dell’uomo. Ascoltiamo forse come prima? Tocchiamo, gustiamo? I nostri sensi sono gli stessi? No, non c’è dubbio, è tutto il sistema sensoriale ad essere stato messo in crisi evolutiva, non per niente ‘l’attrito cognitivo’ è uno degli elementi valutativi della bontà di una interfaccia”.
E continua: “il rapporto tra segno e concetto è in crisi, il senso non si compie più in una sintesi che si è disintegrata. Da una parte è la crisi del rapporto narratore/auditor. La digitalizzazione del processo cognitivo (dunque creativo, dunque emotivo) offre immediatezza e oggettività, rende attuale l’opera del narratore, che può essere così partecipata, condivisa e modificata infinite volte, dissolvendo completamente fra i due attori un principio di diversità, quella prospettiva che separa il dare dal ricevere, identificando i ruoli e le esperienze.
Dall’altra la creazione, negli anni’ 90, di un nuovo paesaggio interiore in cui l’immagine è alfabeto e non visione. Sia la comunicazione televisiva che quella multimediale hanno prodotto un nuovo modo di leggere l’immagine, forzandola verso forme referenziali autonome rispetto al testo e concentrando su di essa il valore del concetto, a cui, prima della comunicazione di massa, partecipava solo in qualità di comparsa, accessoria e dipendente. In questo processo si inserisce a pieno titolo la grafica, che sfugge al lay-out, diventando esso stesso un ambiente cognitivo dinamico e propositivo”.
Riusciremo dunque a portare il linguaggio fuori dalle secche della rappresentazione per farlo volare (finalmente) autonomo e maggiormente legato ai movimenti profondi della nostra psiche? Stiamo alla fine accorciando il buio spazio che separava il significato dal significante?
Nel tiro con l’arco zen, soltanto nel momento in cui è chiaro che la freccia e l’arco sono una cosa sola, la freccia può partire.








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