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Questo è un articolo che ho scritto nel febbraio di quest’anno per la rivista Beltel che si occupa di IT da parecchio tempo. Nel numero si parlava di autorialità ed editoria.
Se volete, il numero di febbraio in pdf è scaricabile a questo indirizzo.
Il futuro delle idee è senza ombra di dubbio una delle sfide più alte alla complessità dei rapporti fra creatività e tecnologia.
In questo futuro già si vedono i limiti del processi che ora mostra la corda: il limite dell’identità, il limite della proprietà, entrambe legate a doppio filo e entrambe inadatte a rispondere alla sfida della dematerializzazione, della condivisione, della ubiquità proprie della cultura digitale.
Al centro di questo dibattito, la proprietà intellettuale assume un ruolo fondamentale proprio nella definizione stessa di creatività, che nel tempo ha avuto ruoli diversi, avvicinandosi progressivamente sino a sembrare indistinguibile, con l’autorialità.
E’ ancora così?
Io non lo credo. Credo anzi che l’autorialità debba essere riconsiderata proprio come entità fondamentale, ma non centrale nel processo creativo, e come tale deve essere riconsiderata la relazione fra autore e fruitore, fra autore e collettività, fra autore e cultura.
Nell’era digitale, le sfide poste dal copyright sono di diverso tipo: esiste la necessità da parte dei titolari dei diritti di vedere tutelate le proprie posizioni di creatori, e remunerata la loro attività; parallelamente, il desiderio da parte degli utilizzatori dei contenuti di poterne fare usi diversi da quelli che tradizionalmente sono consentiti dalle regole attuali; un terzo tipo di problema è dato dal sempre crescente numero di persone che creano contenuti senza essere iscritti ad associazioni come la SIAE, ma che sono a tutti gli effetti produttori di contenuti, alcuni anche con caratteristiche del tutto professionali.
La risposta del diritto è stata fino ad ora rigida, così come la risposta di chi fino a ieri era abituato a gestire i propri diritti con un modello tradizionale. Le esperienze di questi anni hanno però fatto capire che un approccio di questo tipo porta a scontri improduttivi per entrambi i fronti. Da una parte il Legislatore (sia nazionale, sia europeo) ha provato ad inserire nell’ordinamento disposizioni volte ad indurire le pene per chi fa un uso illecito di materiale coperto da diritto d’autore, scontrandosi però con una realtà che vede invece aumentare questo tipo di pratica da parte degli utenti, con sempre maggiori difficoltà di porvi rimedi efficaci.
Le proposte di revisione della legge sul diritto d’autore e del modello delle cd. “collecting society” sono state molte, così come i modelli alternativi di gestione del copyright: i due che negli anni si sono rivelati più efficaci e che hanno avuto l’effetto di generare nuovi modelli di business sostenibili, sono il cd. “open source”, principalmente adottato in ambito software, e il modello proposto da Creative Commons.
Creative Commons propone un modello secondo il quale è il singolo creatore a decidere quali diritti tenere per sé, quali invece dare in licenza a chi rispetta le condizioni di utilizzo. Questo nuovo modo di gestire i contenuti, a differenza di altri, ha il pregio di essere un generatore di business model alternativi e sostenibili, basati sulla condivisione di alcuni contenuti per usi prestabiliti, dando allo stesso tempo all’autore/creatore di controllare in modo granulare la gestione di questi diritti.
L’utilizzo delle licenze Creative Commons è ormai una realtà solida, con più di 40 milioni di contenuti diffusi su Internet e offline, e diversi esempi di imprese e artisti di successo: tra gli altri, si possono segnalare i casi di Cory Doctorow, scrittore di successo approdato da poco anche in Italia, che ha rilasciato il suo libro in Creative Commons gratuitamente su Internet, attivando così un processo virale di diffusione e promozione editoriale a costi estremamente bassi e con risultati più che buoni (oggi Cory Doctorow scrive il blog più letto al mondo); o Magnatune, la prima etichetta discografica che offre la possibilità di ascoltare i brani on-line gratuitamente prima di acquistarli, e poter poi scambiare con gli amici quelli acquistati.
Ultimamente alle licenze Creative Commons ufficiali che concedono la libertà su alcuni dei diritti, utilizzabili liberamente purchè siano sottoposte ai vincoli proposti, si sono aggiunte altre licenze, che coprono e completano il quadro delle possibilità di distribuzione. In particolar modo due sono particolarmente interessanti
La Public Domain Mark (CC0), che certifica la proprietà intellettuale pubblica e la Creative Commons Plus Licencing ( CC+), che vede unite e sinergiche una licenza Creative Commons e una licenza commerciale tradizionale, in modo da poter coprire diversi campi di utilizzo di una proprietà e dove in uno l’uso è normato dal “same right reserved”, nell’altro è “all right reserved”.
Il primo caso ha come obbiettivo quello di sottolineare come la titolarità pubblica è una titolarietà a tutti gli effetti e che questa ha un valore tutelato dalla legge, il secondo prevede la necessità ormai sempre più pressante di gestire la complessità dei media e delle modalità distributive.
Seguo da tempo e ho maturato una idea solida sulle licenze creative commons. Pur se imperfette, sono strumenti concreti in mano all’autore per dare una risposta in ambito di copyright al cambio di status che il mondo oggi impone al suo lavoro.
Credo che le CC non siano solo una presa di posizione, ma un atto di responsabilità dell’autore che rimette parte della propria arte in gioco dando alla collettività che lo ha formato, la possibilità di formare altra arte, dunque altri autori.
Solo questo aspetto è una galassia da esplorare.








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